• A A A
  • Russia 1917

    RUSSIA 1917

    Il sogno infranto di un mondo mai visto

    parravicini

    Giovanna Parravicini il 20 novembre 2017 ha incontrato sei classi del nostro liceo per parlare della Rivoluzione russa.

    Si riportano alcuni passaggi dell’incontro:

    La Rivoluzione russa è il risultato del cammino storico e spirituale dell’uomo occidentale in più di quattro secoli. In questa affermazione del filosofo Semen Frank troviamo riassunta tutta la ragione per cui la rivoluzione bolscevica del 1917 rappresenta non solo e non tanto un evento del passato, bensì una domanda e una provocazione alle quali noi uomini occidentali non possiamo sottrarci senza piombare in una ignoranza riguardo al nostro stesso presente e alle radici del disagio che esso porta con sé.

    “È impossibile salvare la Russia con sentimenti negativi. La rivoluzione ha appena avvelenato la Russia di rabbia e l’ha ubriacata di sangue. Che ne sarà della povera Russia se la controrivoluzione l’avvelenerà con nuova rabbia e l’ubriacherà con nuovo sangue? … Il nostro amore deve sempre avere la meglio sul nostro odio. Dobbiamo amare la Russia e il suo popolo più di quanto odiamo la rivoluzione e i bolscevichi”.

    Non trovo espressione migliore di questa di Nikolaj Berdjaev per sintetizzare la lezione che possiamo ricavare oggi, per noi, dalla rivoluzione russa del 1917.

    Berdjaev, insieme ad alcuni altri suoi contemporanei, aveva visto nella guerra mondiale una “tragedia europea”, la “fine dell’Europa”, perché rappresentava il crollo di un continente che non era identificabile con un’espressione geografica ma era nato da un’idealità che poneva al suo centro il valore primario della persona, intesa come libertà e responsabilità. E parallelamente, espressa in maniera struggente da Sergej Bulgakov, si faceva strada la convinzione che neppure la rivoluzione era una questione soltanto russa, locale, perché aveva semplicemente fatto venire alla luce “il male che fu seminato mille anni fa, in quei tristi giorni in cui giunse a maturazione l’ultima discordia tra la cattedra di Costantinopoli e di Roma”. La diagnosi non può limitarsi alla politica o all’economia: la crisi dell’Europa di cui tanto si parla oggi, la crisi della Russia cent’anni fa, era ed è la crisi di una divisione che comincia nel cuore dell’uomo per estendersi a popoli e civiltà intere.

    La genialità del giudizio di uomini come Berdjaev e Bulgakov sta nell’essere riusciti a sfuggire alla spirale dell’ideologia, nell’aver saputo resistere alla tentazione di contrapporre ideologia a ideologia. All’ideologia –— negatrice della realtà, ridotta a parvenza illusoria e deformata — può contrapporsi solo un’esperienza viva, che non ha a che fare con un’astratta “umanità” ma con l’uomo concreto, il singolo uomo che soffre, ama, desidera, spera: con l’uomo che è in noi stessi, innanzitutto.

    Ormai abituati a vedere interi popoli o gruppi etnici o sociali tenuti in ostaggio da interessi e ideologie che li sfruttano spietatamente per i proprio giochi di potere, non possiamo non restare stupiti dal realismo profondo di chi rimette al centro l’amore all’uomo.

    E altrettanto stupefacente è constatare che salde radici abbia messo questo giudizio nella cultura russa. Infatti, sarebbero trascorsi decenni, il rullo compressore dell’ideologia sarebbe passato e ripassato sulla terra russa spianando e livellando il popolo attraverso il sistema repressivo, gli strumenti propagandistici, un’educazione sovietica capillare e scrupolosa volta a creare in provetta “l’uomo nuovo”: eppure le parole di Berdjaev, “il nostro amore deve sempre avere la meglio sul nostro odio. Dobbiamo amare la Russia e il suo popolo più di quanto odiamo la rivoluzione e i bolscevichi”, sarebbero riemerse più e più volte, nei martiri, nel “dissenso” e nella letteratura del samizdat. I “diversamente pensanti”, come si sarebbero fatti chiamare i dissidenti, non erano innanzitutto “contro” un regime, ma “per” la rinascita della persona nella sua verità e “bellezza crocifissa” (così ne avrebbe descritto l’apparire Jurij Galanskov nella sua poesia Manifesto umano). In geni letterari come Pasternak, Solženicyn, Šalamov, Mandel’štam (per non citarne che alcuni), negli appelli e documenti del movimento per i diritti umani questo amore per l’uomo sarebbe diventato una linfa vitale che continua ancor oggi a circolare in profondità per tutta la Russia, diventando un fattore di rinascita per l’Europa, innescando processi che ci dicono che il cuore umano è insopprimibile.

    Sito realizzato da Francesco Saragò su modello dalla comunità di pratica Porte aperte sul web.
    Il modello di sito è rilasciato sotto licenza Attribuzione-Non commerciale di Creative Commons